13.12.05

dalla Catena di S. Libero

dal n. 313 dell'e-zine di Riccardo Orioles

Generazioni. Questa e' la terza generazione del movimento
antimafioso. La prima, a meta' Ottanta, era "il partito di Falcone e
dei ragazzini". La seconda, primi anni Novanta, fu quella che poi
conflui' nella Rete. Questa terza, che andava crescendo - per chi
voleva vederla - da quasi due anni, si aggrega attorno
all'associazionismo "apartitico", in particolare Libera e l'Arci.
Rispetto alle prime due, e' cresciuta meno nel dramma e piu' nel
lavoro quotidiano. Il suo capolavoro non e' una fiaccolata o un
corteo ma la paziente, e vincente, opera per la gestione sociale dei
beni sequestrati ai mafiosi. A poco a poco, con cifre piccole ma via
via sempre piu' consistenti, ha tradotto in realta' visibile la
grande intuizione degli anni Ottanta ("I Siciliani", il Centro
Impastato) secondo cui il sistema mafioso, meccanismo non eversivo
ma di classe e di potere, si batteva essenzialmente con la
mobilitazione sociale. E questo, essenzialmente, e' il filo di tutti
questi vent'anni.

Sia i "vecchi" che il nuovo movimento antimafioso sono cresciuti
essenzialmente fuori dai partiti. All'inizio era ancora fortissimo
(la prima manifestazione per dalla Chiesa parti' dalla Fgci di
Palermo) il peso della tradizione comunista, che pero' non
coincideva esattamente con quella del partito nazionale (Licausi e
Togliatti non erano la stessa cosa); la "politica" e il "partito"
furono assunti dunque nei loro aspetti migliori, abbastanza
marginali rispetto alle tendenze "modernizzatrici" del resto della
sinistra italiana.

La Rete fu un partito, si', ma alle origini non voleva esserlo
affatto: piuttosto una specie di confederazione fra tante di realta'
di base, espressioni spontanee della "societa' civile", con una
forte partecipazione di cattolici (che proprio in quel momento
cambio' il baricentro della politica italiana). Di solito, quando si
parla - fra "vecchi" - della Rete, la nostalgia riguarda quel
momento fondante, e non l'infelice esperienza del vero e proprio
partito, travolto da innocenti (ma pestifere) ambizioni personali e
da un ingenuo desiderio di farsi "riconoscere" a tutti i costi dalla
politica ufficiale. Alla fine, coi leader in lite per le candidature
e i militanti ormai privi di timone, proprio a Palermo il candidato
della destra (un vecchio arnese dell'estremismo fascista, Lo Porto)
batte' pesantemente il candidato della Rete, l'anziano e
rispettatissimo giudice Caponetto. La crisi era morale, e profonda;
e riguardava non tanto i politici quanto il rattrappirsi civile
della popolazione. La Rete tuttavia, e il movimento antimafioso di
cui essa era in gran parte rappresentante, non s'era attrezzata ne'
politicamente ne' culturalmente ad attraversare questo riflusso. E
collasso'.

La fine della Rete (il nuovo Ds non essendo neanche lontanamente
all'altezza dei vecchi "communisti") lascio' campo aperto al tipico
riflusso ciclico della storia siciliana. Fallito Garibaldi (o
Spartaco, o Giuseppe Alessi, o Licausi, o Orlando) l'ordine torna
indiscusso e piu' feroce di prima. Pochi resistono, molti si
chiudono nel privato, e la massa dei "sorci" torna a galla. Tale e'
la folla dei postulanti davanti al palazzo del nuovo vicere',
Cuffaro, che a un certo punto costui e' costretto a dileguarsi
attraverso l'antico sotterraneo costruito, nel palazzo reale, dai
vecchi vicere' spagnoli. Resistono, nelle citta' e nei paesi, gruppi
isolati di militanti. Resistono, apparentemente, piu' per dignita' e
per morale che per realismo. Eppure, anche questo sarebbe stato
giustificato: il movimento antimafioso, cioe' per la redistribuzione
dei poteri in Sicilia, aveva toccato corde tanto profonde, aveva
lanciato - con tutti i suoi limiti - un messaggio talmente radicale,
da rendere assolutamente impossibile cancellarlo del tutto. Alla sua
cancellazione dalla vita pubblica (per opera della destra, ma con la
complicita' di quasi tutta la sinistra ufficiale) corrispondeva anzi
un suo piu' doloroso radicamento nella coscienza individuale.

* * *

La crisi Borsellino, adesso, e' stata rapidissima. La destra andava
verso una svelta e indiscussa vittoria elettorale, con l'unica
incertezza sulla ripartizione dei posti fra destri puri (Cuffaro),
destri frondisti (Lombardo) e centristi da acquisire in corso
d'opera (Bianco), e si adoperava anzi per anticipare il piu'
possibile la data delle elezioni. La sinistra ufficiale, reduce da
sconfitte elettorali una piu' disastrosa dell'altra, proponeva
affannosamente improbabili candidature di notabili, presentatori tv,
industriali dei liquori e chi piu' ne ha piu' ne metta: buio fitto.
Improvvisamente, prima dall'Arci e da Libera e poi ripresa dal
"pool" dei piccoli partiti, spunta la parola d'ordine:
"Borsellino!". E altrettanto improvvisamente torna il sole. I
militanti si mobilitano, la gente ricomincia a parlare di politica,
la destra comincia a sollevare eccezioni sulle regole del gioco.
Quella che sembrava una pacifica elezione di provincia diventa
improvvisamente una scadenza politicca minacciosa e centrale, un
caso Vendola moltiplicato per dieci.

Miracolosamente (o forse no: poiche' nel dna della nostra sinistra
c'e' anche questo sapersi sollevare al di sopra delle proprie
miserie nei momenti cruciali) i leader tradizionali della sinistra,
dapprima impappinati e confusi, stanno al gioco; i vari notabili
fanno atto di sottomissione uno dopo l'altro. In questa fase e'
decisivo il ruolo di Claudio Fava, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, i
capi storici (veramente un po' logori) dell'antimafia dei partiti.
Improvvisamente ritornano i capipolo della loro bella stagione:
appoggiano la Borsellino con tutte le loro forze, lasciando anche
capire che se i partiti non ci staranno potrebbero andare avanti da
soli. Intanto, in tutta l'isola, i comitati pro-Borsellino spuntano
come funghi. Il resto e' storia di ora. Si comincia a parlare - in
pochi: ma se ne parla - di un governo regionale non bilanciato fra
notabili di partito ma esemplarmente composto da tutti i capi
riconosciuti dell'antimafia vecchia e nuova: da Orlando a Fava, da
Tano Grasso alla Siracusa, da Lumia a Umberto Santino, tutti
umilmente e orgogliosamente "comisarios" di un governo che da quel
momento cesserebbe di appartenere a una sola regione per diventare
prefigurazione ed esempio su scala nazionale.

* * *

E adesso? Fino a una settimana fa, bisognava parlare bene degli
antimafiosi - del loro entusiasmo, del loro coraggio, del loro
ostinatissimo rifiorire nelle condizioni piu' avverse - e dei piu'
giovani specialmente, un vero dono di Dio a questa Sicilia dalla
memoria lenta. Adesso pero', adesso che - ecco, ora osiamo scriverlo
- forse si vince, e' il momento di dare uno sguardo severo, di
cercare di individuare il piu' possibile i punti di debolezza,
quelli che ci hanno fatto perdere l'altra volta (qualcuno deve pur
farlo, e tanto di laudatori *adesso* ce n'e' piu' che abbastanza).
Il primo problema riguarda la mancanza di disciplina, di
organizzazione e di coordinamento. I comitati sono sorti
dappertutto, e hanno lavorato benissimo, ognuno nella sua zona. Ma
questo non basta. E' bastato per vincere le primarie, probabilmente
bastera' per vincere le elezioni, ma non bastera' assolutamente per
governare.

Per governare - per governare davvero, per *rivoluzionare* un
assetto sociale che, con aggiornamenti minimi, e' ancora quello del
feudo e dei baroni - ci sono tutte le forze tranne quella, culturale
ed etica, che nei decenni forma il common sense politico e
l'organizzazione. Non bastano i sostituti: non basta - non bastera'
- affidarsi alle strutture (peraltro mediocri) dei partiti
ufficiali, non bastera' neanche ripetere l'errore della Rete e
tentare, in mancanza di meglio, un ennesimo partito tradizionale.
No. L'organizzazione politica nuova, che per vent'anni e' stata in
maturazione e di cui si riscontrano finalmente le condizioni, deve
sorgere qui e ora. Non un altro partito, non contro i partiti, non
al rimorchio dei partiti ma una rete, flessibile e complessa,
egualitaria e competente, di cittadini profondamente pari fra loro,
senza famiglie di notabili, senza palazzi.

________________________________________

Chi e contro chi. "Non sono la candidata dell'antimafia", "Folle la
sfida antimafia contro mafia", "Non bisogna scatenare la vecchia
battaglia antimafia che non risolve niente". Va bene: pero' per me
la Borsellino e' esattamente la candidata dell'antimafia, ne' piu'
ne' meno, e la battaglia e' essenzialmente fra movimento antimafia e
poteri mafiosi. Non e' "politico"? Non sta bene? Ok: ma anche
Solidarnosc, che in teoria si batteva per aumenti salariali e cose
del genere, in realta' era prima di tutto - volerlo o no -
antisovietica. E per buone ragioni: gli aumenti salariali (e la
liberta') non potevano arrivare se prima non se ne andavano i carri
armati sovietici, che purtroppo erano li', qualunquisti, impolitici,
sfuggenti a qualsiasi articolo di Merlo o Stella, ma estremamente
concreti. Cosi', se la mafia non se ne va, tutto il resto e' poesia.
Non illudiamoci di votare a Stoccolma.

5.12.05

dalla Catena di S. Libero

Scrive Riccardo Orioles nella sua e-zine del 5 dicembre:

(Adesso sono nella sede di un Comitato Borsellino giu' in Sicilia,
e' sera e la gente sta finendo di votare per le primarie. I
risultati si sapranno fra poche ore, percio' dovrei aspettare un po'
e mandarvi "il pezzo sulle elezioni in Sicilia". Ma forse e' meglio
riprendere un vecchio articolo e rimetterlo qui subito senza
aspettare il resto. Mi sembra che dica tutto quello che ho da dire
anche adesso, comunque vadano le cose qui in Sicilia nelle prossime
ore e nel resto d'Italia nei prossimi mesi).

* * *

IL PARTITO DI FALCONE E DEI RAGAZZINI
(Avvenimenti, gennaio 1992)

"Il partito di Falcone e dei ragazzini" non aveva un comitato
centrale o uno stemma, ma in realta' era l'unico partito esistente
in Sicilia, oltre alla mafia. Il rumore di fondo, in quegli anni,
era costituito dall dichiarazioni dei sindaci che escludevano
l'esistenza della mafia nella loro citta', dai giornali ad
azionariato mafioso che invocavano silenzio, dalla brava gente che
lavorava chiassosamente all'autodistruzione della sinistra, e dai
colpi di pistola. Furono i ragazzini di Palermo a scendere in campo
per primi. Il liceo Meli, l'Einstein, il Galilei, poi via via tutti
gli altri. Si passava sotto il Palazzo di Giustizia e il corteo,che
fino a quel momento aveva gridato a voce altissima i Nomi, faceva
improvvisamente silenzio. La' dentro lavoravano i nostri magistrati.
Falcone, Borsellino, Di Lello, Ayala, Agata Consoli, Conte: meta'
del Partito erano loro. L'altra meta', i liceali. A Catania, fra il
1984 e il 1986, furono almeno trecento i ragazzi che in una maniera
o nell'altra parteciparono, da militanti, alle iniziative dei
Siciliani Giovani: furono i primi a gridare in piazza i nomi dei
Cavalieri e a lavorare quotidianamente - il volantino,il centro
sociale, l'assemblea - per strappargli dagli artigli la citta'. A
Gela, a Niscemi, a Castellammare del Golfo, nei paesini dove i
padroni hanno la dittatura militare, essi vennero fuori e lottarono,
paese per paese e citta' per citta'. "La Sicilia non e' mafiosa -
affermavano orgogliosamente - La Sicilia e' militarmente occupata
dalla mafia". La Sicilia, dove ancora nel 1969 un ragazzo fu fatto
uccidere dal padre - boss mafioso - perche' era iscritto alla Fgci.
La Sicilia che ha combattuto, che non s'e' arresa mai.

Ha combattuto, ed ha fatto politica, ha ragionato. La politica come
partecipazione, come trasversalita', come sociata' civile nasce
nelle lotte palermitane e catanesi di quegli anni: oggi e' common
sense dappertutto. La fine del vecchio ceto politico, di tutta la
vecchia storia, fu intuita per la prima volta qui. Non e' un caso se
il movimento studentesco, due anni fa, e' ripartito da Palermo, e se
la' dura tuttora. Non e' un caso se Palermo e' l'unica citta'
d'Italia dove sia cresciuta un'opposizione di massa, dove
l'opposizione sia vincente. Non e' un caso se a Catania il piu'
totale black-out di tv e stampa non riesca - due volte in due anni -
a fermare i candidati dell'opposizione. Non e' un caso se a Capo
d'Orlando i commercianti si ribellano, non e' un caso se a Gela gli
studenti restano organizzati; e non e' un caso se a Palermo la gente
non reagisce invocando la pena di morte ma individuando lucidamente
le responsabilita' dei politici di governo e prendendosela con loro.
Dal 1983 - e sono ormai nove anni - in Sicilia e' in atto, con alti
e bassi ma con una sostanziale continuita'; non ancora maggioritario
ma gia' ben lontano dal minoritarismo. - un vero e proprio movimento
di liberazione. Contro la mafia, ma anche contro tutto cio' che essa
porta con se'.

Questo movimento avrebbe potuto essere esattamente l'anello che
mancava alla sinistra italiana, il punto di partenza per ricostruire
tutto. Invece, e' rimasto solo. Solo a livello di palazzi, di
comitati centrali, di radical-chic, di giornali: non a livello di
ragazzini. Domani, ad esempio - ma non e' una novita', perche'
avviene regolarmente ogni settimana - c'e' assemblea dei liceali
dell'Antimafia a Roma. Sono i soli, in Italia, a non avere paura
dello sfascio. Perche' sanno che c'e' una classe dirigente pronta a
prendere la responsabilita' del Paese anche domattina, se fosse
necessario - e non e' detto che non lo sia. Orlando, Claudio Fava,
Carmine Mancuso, Dalla Chiesa? Si': ma anche - e soprattutto -
Davide Camarrone del liceo Meli, Antonio Cimino di Corso Calatafimi,
Fabio Passiglia, Nuccio Fazio, Vito Mercadante, Angela Lo Canto,
Carmelo Ferrarotto di Siciliani Giovani, Nando Calaciura, Tano
Abela, il professor D'Urso: avete mai letto questi nomi sui
giornali? Benissimo. Infatti, neanche i nomi dei primi socialisti
uscivano sui giornali, cent'anni fa.

Una meta' del "partito" oggi non c'e' piu'. Martelli, il giudice
Carnevale, Pannella e Cossiga sono riusciti, ognuno con i suoi
mezzi, a svuotare il Palazzo dai nostri magistrati e lo stesso
Falcone, ben prima d'essere ucciso, era gia' stato messo in
condizione di non essere piu' quello di prima. Dei "vecchi", solo
Borsellino e Conte sono rimasti al loro posto. Ma nel frattempo sono
cresciuti i Felice Lima, i Di Pietro, i Casson.

29.11.05

Evviva la democrazia

Mimmo Donzelli, Comitato V Circoscrizione Rita Presidente

Per il seguente commento mio non mi hanno fatto iscrivere al forum de la Margherita:

Leoluca Orlando ha fatto molto per la democrazia in Sicilia conosce bene le problematiche del territorio siciliano e e sa bene che appoggiare la Borsellino significherebbe una svolta seria alla legalità e alla trasparenza nella politica siciliana, conquisterebbe la fiducia di molti siciliani per l'impegno sociale e morale finora svolta dalla Borsellino.
Quindi la candidatura della Rita Borsellino sarebbe una vittoria sicura. Qualcuno non faccia come altri che decidono dove mettere le macchine, tu qua lui la ecc.
Lasci decidere i siciliani.

25.11.05

Si può vincere. Davvero.

Marco Pomar

L’entusiasmo seguito alla candidatura di Rita Borsellino alle primarie dell’Unione per la scelta del candidato presidente della regione siciliana, è forte e tangibile.
La statura di Rita, il suo carisma, il suo collocarsi al di fuori degli stanchi, e stancanti, apparati di partito, e al contrario il suo concreto impegno negli anni per una Sicilia migliore, più pulita e meno contigua con l’affarismo di ogni specie, hanno prodotto una rinnovata voglia di impegno, personale e collettivo.
Centinaia di comitati spontanei sono sorti, e rappresentano la vera forza di una possibile svolta.
C’è chi dice che la candidatura di Rita, e la reazione entusiastica della gente, insieme, aggiungo io, alla reazione scomposta e arrogante del blocco di potere del centro destra, rappresenti la sconfitta della politica attiva, in Sicilia e forse non soltanto.
Io credo che in questo caso Rita abbia assunto il ruolo del medico che certifica il decesso di questo modo di fare politica, e non soltanto a destra purtroppo, nella nostra regione.
Per anni si è scelto di seguire la destra sul proprio terreno, nell’illusione che per vincere si dovesse a loro somigliare. Così sono nati i piccoli cuffarini di sinistra, le piccole storie squallide di voto di scambio, ma uno scambio mai all’altezza dei professionisti del centro destra, peraltro, le preoccupanti contiguità con pezzi di mafia, buone a garantirsi, se non la vittoria della propria parte politica, almeno un seggio sicuro.
Possibile che non ci fosse un politico nel centro sinistra in grado di suscitare simili entusiasmi, di rappresentare per la propria storia un impegno fattivo nella lotta al crimine organizzato in ogni sua forma?
In verità qualcuno c’era: Claudio Fava.
Ma il suo stesso partito ha provveduto a tagliarlo fuori dai giochi, a dispetto della clamorosa messe di voti, circa settantamila più del potente Latteri, raccolta alle ultime elezioni europee.
Allora i partiti del centro sinistra hanno dovuto prendere atto, alcuni subito, i più lenti lo faranno dopo le primarie, che solo Rita Borsellino oggi può farci sognare di mandare a casa i loschi detentori attuali del potere, questa sorta di ala “moderata” di Cosa Nostra che è diventata oggi l’UDC in Sicilia.
Epperò l’impresa è ancora lunga, irta di ostacoli, identificabili più nella cervellotica capacità del centro sinistra di distruggere la tela fatta, che non nei manifesti inneggianti allo schifo della mafia, composti dai creativi di palazzo d’orleans con i soldi pubblici.
All’indomani delle primarie del 4 dicembre bisognerà vedere come ricomporre un’armonia tra un pezzo della Margherita e il resto del centro sinistra, se e come il risultato numerico della competizione interna influirà sugli umori instabili dei dirigenti di partito, se la futura campagna elettorale verrà davvero vissuta come una concreta possibilità di svolta.
E’ vero infatti, che le primarie non vengono ancora percepite, neppure da chi le organizza, con lo spirito sereno utile per capire quale dei due candidati abbia le maggiori chance di vittoria finale. O passerella e consacrazione popolare (Prodi), o ricerca di numeri e spicchi di influenza (Bertinotti, ma anche Mastella, Pecoraro..), oppure scontro all’ultimo sangue e guai ai vinti (Latteri – Borsellino).
Il nemico sta altrove, ragazzi, non dimentichiamolo!
Tornando alle cose di casa nostra: si vincono le elezioni, e dio sa se ci ricapiterà un’occasione del genere, se si danno segnali di vera svolta a partire dalla campagna elettorale. Si è parlato di laboratori aperti, tematici e geografici, per la stesura comune del programma, di vero coinvolgimento a tutti i livelli, della gente, di queste migliaia di cittadini che ritengono di potere influire sul voto questa volta, di non essere contattati solo in quanto numero, ma in quanto persone, individui, istanze e obisogni collettivi.
Si farà davvero tutto ciò?
E’ indubbio che una persona come Rita voglia farlo davvero. Altrimenti non si sarebbe imbarcata per la prima volta in un’avventura del genere.
La vera domanda è se gli si sarà lasciato campo libero nel fare ciò, se i partiti consentiranno un simile stravolgimento delle loro regole, così poco abituati a sentire la gente, a renderla realmente partecipe dei processi decisionali.
Si vince se la percezione attuale, quella di una discontinuità, come dice Rita, con le logiche attuali, verrà mantenuta da qui a Marzo.
O prima, se il governatore, fiutando l’aria che tira, dovesse togliere prima il disturbo.

22.11.05

Ancora all'attacco i ladri di futuro in Sicilia

Fulvio Vassallo Paleologo

Le reazioni scomposte dei rappresentanti della Casa delle libertà in Sicilia dopo la candidatura di Rita Borsellino alle primarie dell’Unione e dopo l’ondata di arresti che sta facendo emergere la cupola politico-mafiosa che governa vaste zone della Sicilia, dimostrano come il ripristino della legalità possa mettere in crisi un consolidato sistema di potere basato sulla logica dello scambio elettorale e del favore clientelare. A livello nazionale è ripartito l’attacco ai magistrati e si torna a parlare di giustizialismo. Ma è altrettanto pericolosa la “campagna acquisti” che viene pubblicizzata attraverso i manifesti, offrendo ai siciliani una prospettiva di futuro, che nell’immediato dipenderebbe dall’adesione a pagamento ad una formazione politica di centro-destra. Sotto questo tentativo di reclutamento si cela la mancanza di un radicamento sociale che sia diverso dai comitati di affari ed una concezione della politica basata sullo scambio e sull’asservimento, magari in vista di una promozione o di un posto di lavoro.
E’ questa la logica ben rappresentata dal film “La mafia è bianca” che tanto ha indispettito il Presidente Cuffaro ed i suoi uomini. Si parla tanto della presenza di alcuni magistrati alla proiezione del film, ma è sfuggito a tutti che alla stessa proiezione erano presenti alcuni personaggi ritratti nel film, uno dei quali dopo essere stato riconosciuto si è dato ad una fuga precipitosa. Altri più cauti restano ancora nell’ombra ma sono già pronti a saltare sul carro del vincitore, come al solito. E’ questo oggi il problema più grave che dobbiamo affrontare in Sicilia. Bisogna chiudere ogni possibilità di trasformismo politico, strumento utilizzato da sempre dalla mafia per garantire il proprio potere a dispetto di qualunque istanza di cambiamento.
La forte permeabilità della società siciliana rispetto ad uomini ed a sistemi di governo di stampo affaristico-clientelare, diffusi dovunque, nel sistema imprenditoriale, nelle aziende sanitarie, nell’università, in tutti gli uffici pubblici. Tra la cultura della clientela e la mentalità mafiosa non c’è soluzione i continuità ed entrambe si alimentano a vicenda. La “mafiosità” crea lo spazio di consenso tacito, l’omertà necessaria, i patti segreti perché le azioni criminali si propaghino indisturbate, dentro e fuori le istituzioni. Chi rimane fuori da queste logiche subisce oggi una esclusione durissima. Non si rubano solo denaro e incarichi di potere, ma si sottraggono occasioni di crescita nella legalità e di inserimento per molti giovani, costretti a piegarsi ( magari a pagamento) o ad emigrare. E’ sempre più forte infatti il flusso di giovani, anche diplomati o laureati, che non riescono a trovare uno sbocco lavorativo perché non vogliono “appartenere” a nessuno e dunque per questa ragione sono costretti ad emigrare, a lasciare la loro terra, gli affetti più cari, la speranza di una Sicilia migliore.
Per risolvere questi problemi occorre una discontinuità forte nel governo della regione.
Speriamo che tutti coloro che si rendono conto del degrado sociale della nostra terra e di questa vera e propria tragedia dell’emigrazione giovanile sappiano rialzare la testa e raccogliere le energie necessarie per imprimere una svolta netta rispetto al passato, a partire dalle prossime primarie, per restituire dignità e legalità ai siciliani in una prospettiva di convivenza civile, di solidarietà e di sviluppo sostenibile.

21.11.05

La candidatura di Rita Borsellino

Salvatore Petrucci

La candidatura di Rita Borsellino alla primaria dell’Unione per la scelta del concorrente a presidente della Regione siciliana, si pone all’inizio di un periodo elettorale denso e rilevante.
Il prossimo anno, ormai alle porte, si rinnoveranno il Parlamento regionale e quello nazionale; in seguito il Consiglio comunale di Palermo. Senza dimenticare un’altro appuntamento di vitale importanza per la nostra Repubblica: il referendum (non) confermativo della c.d. devolution.
Sul significato della candidatura, qualche giorno addietro si è espresso,tra gli altri, Nicola Sinopoli.
Dopo aver individuato le ragioni strategiche della candidatura - nel senso di una opzione di vera discontinuità col passato che la figura e l’opera di Rita rappresentano - Nicola formulava un auspicio che ha il significato di un suggerimento di altissimo profilo programmatico.
“Questa candidatura – ha scritto - deve rappresentare gli obiettivi di uno sviluppo solidale e del lavoro, la possibilità di stare bene insieme, innovando politiche di convivenza comune per tutti, donne con uomini, bambini con anziani, studenti con immigrati, pubblici dipendenti con imprenditori, realizzando in definitiva la piena applicazione di politiche di uguaglianza sostanziale.
Il profondo respiro di concordia civile, tra l’altro quale funzione propulsiva, che traspare dalle frasi di Nicola, si scontra con quella strisciante, dispendiosa, spesso immorale guerriciattola civile che è oggi la politica. Infima qualità della politica, dunque, che sarebbe però errato attribuire solo agli ultimi anni, al centrodestra, ai suoi capi.
Certo, lo sconcertante novum costituito da Berlusconi e da tutto ciò che con lui ed intorno a lui si è mosso ed aggregato, ha la sua parte, ma sarebbe parziale attribuirgliene l’esclusivo demerito.
Per il vero, l’epoca del berlusconismo si inserisce in un mutamento generale che ha travolto vecchie strutture politiche e sociali, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Un’ epoca nella quale il capitalismo ha avuto mani libere, ed invece di evolvere verso frontiere più democratiche, ha accentuato la sua intrinseca violenza, ha radicalizzato le sue crisi, appesantendo – come ha scritto Umberto Santino in “Oltre la legalità” - il suo dominio, concentrando le ricchezze in mani di pochi e approfondendo squilibri territoriali e divari sociali, rilanciando l’economia di guerra, alimentando speculazioni, mafie ed illegalità.
Non può tuttavia sottacersi la responsabilità della pratica dei partiti, indaffarati in tutt’altro che a provvedere ai veri bisogni della polis.
La politica, scientia et sapientia, è diventata lo “studio” della occupazione dei posti di potere, anche del più piccolo che però serve a garantire consenso elettorale e perpetuazione di carriere individuali. Queste hanno, all’interno delle dinamiche del ceto politico, la loro massima, quotidiana occupazione. A scapito ovviamente dell’interesse collettivo, della Politica, della tenuta del sistema democratico che ha appunto nella tendenza al particolarismo e, vorrei dire, al bieco relativismo, il suo punto debole e degenerato.
Questo turpe particolarismo, che ha perso di vista i fini tipici dello Stato democratico e dell’amministrazione della cosa pubblica, ha consentito la costituzione di blocchi sociali, di clan - non solo mafiosi - che si muovono per modelli di illegalità sistemica. Tale illegalità, ad ampio raggio, ha coinvolto pure le strutture portanti della Repubblica, tanto che si parla di illegalità istituzionale. E non potrebbe meglio definirsi quel sistema, quel modus operandi che attenta di fatto ai principi fondamentali e allo spirito della Costituzione repubblicana, seppure si serve di strumenti solo formalmente legittimi. La sostanza è tutt’altra! A cominciare dai ben noti interessi monopolistici di chi è a capo del governo, a finire allo scivolamento nella monocrazia. Un tale sistema di occupazione e di sviamento delle istituzioni, di spregio dei valori e dei principi costituzionali, veri e propri presidi strutturali della democrazia, richiama la “cultura” mafiosa di disconoscimento dell’ordinamento repubblicano. E questa mi sembra la linea di commistione tra una certa cultura politica e la cultura mafiosa, ove si genera la loro convergenza di interessi.
La candidatura di Rita Borsellino fornisce l’occasione di rimettere in moto tutti i soggetti, anche all’interno dei partiti, che credono profondamente nel rinnovamento della politica, nel quadro della legalità costituzionale.
Per il vero, non si tratta solo di sostituire con un nuovo governo quello che attualmente (mal)governa. Si tratta di rimettere in moto un certo modo diverso di essere della società stessa, della politica, dello stare assieme. Di questo si tratta, in modo precipuo: disegnare ed attivare un modello di civiltà che soppianti la disgregazione civile verso cui ci ha condotto e ci porta ogni tipo di berlusconismo e di cuffarismo. Si tratta di ritessere le trame di una società democratica, dunque plurale e solidale, composta da uomini liberi e coscienti, specialmente dei propri diritti e dei propri doveri.
Un simile compito strategico, una tale missione ad alto contenuto etico e civile, non può essere demandato solo ai partiti, all’attuale associazionismo organizzato; né, d’altronde, sarebbe impegno contro i partiti di tradizione ed ispirazione democratiche. Ma un tale disegno, che dicevo è strategico, deve coinvolgere quanti più cittadini è possibile. Anche perché, il più grave danno che la politica partitane e politicante ha fatto, è quello di avere allontanato il popolo dalla polis, quello di non aver spinto i cittadini ad identificarsi indissolubilmente con istituzioni libere e democratiche, di non aver allargato il consenso verso i modelli civili e politici disegnati dalla lettera e dallo spirito della Costituzione del 1948. In definitiva, non si è radicata massicciamente la Repubblica Democratica (art. 1 Cost.).
Allo stato, non ho modelli da suggerire, ma sento fortissimo la necessità di agire ed organizzarsi per opporre intanto un fronte efficace alla decadenza e per ripartire nella edificazione di una convivenza, di una civiltà a misura della persona umana e del suo stare insieme da cittadini liberi e responsabili, non da sudditi.
Con questo spirito e con questa consapevolezza, mettiamocela tutta per Rita.

18.11.05

Dibattito con Latteri

La faccia a faccia con Rita e Latteri a RaiNews 24 è stato secondo me lunga e piatta. Rita ha avuto dei momenti di passione, ma in generale Diaco o come si chiama non ha fatto delle domande che potevano differenziare le posizioni.
Oppure sono tutti d'accordo di presentarsi buoni amici...
Personalmente preferisco Rita più battagliera.