La candidatura di Rita Borsellino
Salvatore Petrucci
La candidatura di Rita Borsellino alla primaria dell’Unione per la scelta del concorrente a presidente della Regione siciliana, si pone all’inizio di un periodo elettorale denso e rilevante.
Il prossimo anno, ormai alle porte, si rinnoveranno il Parlamento regionale e quello nazionale; in seguito il Consiglio comunale di Palermo. Senza dimenticare un’altro appuntamento di vitale importanza per la nostra Repubblica: il referendum (non) confermativo della c.d. devolution.
Sul significato della candidatura, qualche giorno addietro si è espresso,tra gli altri, Nicola Sinopoli.
Dopo aver individuato le ragioni strategiche della candidatura - nel senso di una opzione di vera discontinuità col passato che la figura e l’opera di Rita rappresentano - Nicola formulava un auspicio che ha il significato di un suggerimento di altissimo profilo programmatico.
“Questa candidatura – ha scritto - deve rappresentare gli obiettivi di uno sviluppo solidale e del lavoro, la possibilità di stare bene insieme, innovando politiche di convivenza comune per tutti, donne con uomini, bambini con anziani, studenti con immigrati, pubblici dipendenti con imprenditori, realizzando in definitiva la piena applicazione di politiche di uguaglianza sostanziale.
Il profondo respiro di concordia civile, tra l’altro quale funzione propulsiva, che traspare dalle frasi di Nicola, si scontra con quella strisciante, dispendiosa, spesso immorale guerriciattola civile che è oggi la politica. Infima qualità della politica, dunque, che sarebbe però errato attribuire solo agli ultimi anni, al centrodestra, ai suoi capi.
Certo, lo sconcertante novum costituito da Berlusconi e da tutto ciò che con lui ed intorno a lui si è mosso ed aggregato, ha la sua parte, ma sarebbe parziale attribuirgliene l’esclusivo demerito.
Per il vero, l’epoca del berlusconismo si inserisce in un mutamento generale che ha travolto vecchie strutture politiche e sociali, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Un’ epoca nella quale il capitalismo ha avuto mani libere, ed invece di evolvere verso frontiere più democratiche, ha accentuato la sua intrinseca violenza, ha radicalizzato le sue crisi, appesantendo – come ha scritto Umberto Santino in “Oltre la legalità” - il suo dominio, concentrando le ricchezze in mani di pochi e approfondendo squilibri territoriali e divari sociali, rilanciando l’economia di guerra, alimentando speculazioni, mafie ed illegalità.
Non può tuttavia sottacersi la responsabilità della pratica dei partiti, indaffarati in tutt’altro che a provvedere ai veri bisogni della polis.
La politica, scientia et sapientia, è diventata lo “studio” della occupazione dei posti di potere, anche del più piccolo che però serve a garantire consenso elettorale e perpetuazione di carriere individuali. Queste hanno, all’interno delle dinamiche del ceto politico, la loro massima, quotidiana occupazione. A scapito ovviamente dell’interesse collettivo, della Politica, della tenuta del sistema democratico che ha appunto nella tendenza al particolarismo e, vorrei dire, al bieco relativismo, il suo punto debole e degenerato.
Questo turpe particolarismo, che ha perso di vista i fini tipici dello Stato democratico e dell’amministrazione della cosa pubblica, ha consentito la costituzione di blocchi sociali, di clan - non solo mafiosi - che si muovono per modelli di illegalità sistemica. Tale illegalità, ad ampio raggio, ha coinvolto pure le strutture portanti della Repubblica, tanto che si parla di illegalità istituzionale. E non potrebbe meglio definirsi quel sistema, quel modus operandi che attenta di fatto ai principi fondamentali e allo spirito della Costituzione repubblicana, seppure si serve di strumenti solo formalmente legittimi. La sostanza è tutt’altra! A cominciare dai ben noti interessi monopolistici di chi è a capo del governo, a finire allo scivolamento nella monocrazia. Un tale sistema di occupazione e di sviamento delle istituzioni, di spregio dei valori e dei principi costituzionali, veri e propri presidi strutturali della democrazia, richiama la “cultura” mafiosa di disconoscimento dell’ordinamento repubblicano. E questa mi sembra la linea di commistione tra una certa cultura politica e la cultura mafiosa, ove si genera la loro convergenza di interessi.
La candidatura di Rita Borsellino fornisce l’occasione di rimettere in moto tutti i soggetti, anche all’interno dei partiti, che credono profondamente nel rinnovamento della politica, nel quadro della legalità costituzionale.
Per il vero, non si tratta solo di sostituire con un nuovo governo quello che attualmente (mal)governa. Si tratta di rimettere in moto un certo modo diverso di essere della società stessa, della politica, dello stare assieme. Di questo si tratta, in modo precipuo: disegnare ed attivare un modello di civiltà che soppianti la disgregazione civile verso cui ci ha condotto e ci porta ogni tipo di berlusconismo e di cuffarismo. Si tratta di ritessere le trame di una società democratica, dunque plurale e solidale, composta da uomini liberi e coscienti, specialmente dei propri diritti e dei propri doveri.
Un simile compito strategico, una tale missione ad alto contenuto etico e civile, non può essere demandato solo ai partiti, all’attuale associazionismo organizzato; né, d’altronde, sarebbe impegno contro i partiti di tradizione ed ispirazione democratiche. Ma un tale disegno, che dicevo è strategico, deve coinvolgere quanti più cittadini è possibile. Anche perché, il più grave danno che la politica partitane e politicante ha fatto, è quello di avere allontanato il popolo dalla polis, quello di non aver spinto i cittadini ad identificarsi indissolubilmente con istituzioni libere e democratiche, di non aver allargato il consenso verso i modelli civili e politici disegnati dalla lettera e dallo spirito della Costituzione del 1948. In definitiva, non si è radicata massicciamente la Repubblica Democratica (art. 1 Cost.).
Allo stato, non ho modelli da suggerire, ma sento fortissimo la necessità di agire ed organizzarsi per opporre intanto un fronte efficace alla decadenza e per ripartire nella edificazione di una convivenza, di una civiltà a misura della persona umana e del suo stare insieme da cittadini liberi e responsabili, non da sudditi.
Con questo spirito e con questa consapevolezza, mettiamocela tutta per Rita.
La candidatura di Rita Borsellino alla primaria dell’Unione per la scelta del concorrente a presidente della Regione siciliana, si pone all’inizio di un periodo elettorale denso e rilevante.
Il prossimo anno, ormai alle porte, si rinnoveranno il Parlamento regionale e quello nazionale; in seguito il Consiglio comunale di Palermo. Senza dimenticare un’altro appuntamento di vitale importanza per la nostra Repubblica: il referendum (non) confermativo della c.d. devolution.
Sul significato della candidatura, qualche giorno addietro si è espresso,tra gli altri, Nicola Sinopoli.
Dopo aver individuato le ragioni strategiche della candidatura - nel senso di una opzione di vera discontinuità col passato che la figura e l’opera di Rita rappresentano - Nicola formulava un auspicio che ha il significato di un suggerimento di altissimo profilo programmatico.
“Questa candidatura – ha scritto - deve rappresentare gli obiettivi di uno sviluppo solidale e del lavoro, la possibilità di stare bene insieme, innovando politiche di convivenza comune per tutti, donne con uomini, bambini con anziani, studenti con immigrati, pubblici dipendenti con imprenditori, realizzando in definitiva la piena applicazione di politiche di uguaglianza sostanziale.
Il profondo respiro di concordia civile, tra l’altro quale funzione propulsiva, che traspare dalle frasi di Nicola, si scontra con quella strisciante, dispendiosa, spesso immorale guerriciattola civile che è oggi la politica. Infima qualità della politica, dunque, che sarebbe però errato attribuire solo agli ultimi anni, al centrodestra, ai suoi capi.
Certo, lo sconcertante novum costituito da Berlusconi e da tutto ciò che con lui ed intorno a lui si è mosso ed aggregato, ha la sua parte, ma sarebbe parziale attribuirgliene l’esclusivo demerito.
Per il vero, l’epoca del berlusconismo si inserisce in un mutamento generale che ha travolto vecchie strutture politiche e sociali, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Un’ epoca nella quale il capitalismo ha avuto mani libere, ed invece di evolvere verso frontiere più democratiche, ha accentuato la sua intrinseca violenza, ha radicalizzato le sue crisi, appesantendo – come ha scritto Umberto Santino in “Oltre la legalità” - il suo dominio, concentrando le ricchezze in mani di pochi e approfondendo squilibri territoriali e divari sociali, rilanciando l’economia di guerra, alimentando speculazioni, mafie ed illegalità.
Non può tuttavia sottacersi la responsabilità della pratica dei partiti, indaffarati in tutt’altro che a provvedere ai veri bisogni della polis.
La politica, scientia et sapientia, è diventata lo “studio” della occupazione dei posti di potere, anche del più piccolo che però serve a garantire consenso elettorale e perpetuazione di carriere individuali. Queste hanno, all’interno delle dinamiche del ceto politico, la loro massima, quotidiana occupazione. A scapito ovviamente dell’interesse collettivo, della Politica, della tenuta del sistema democratico che ha appunto nella tendenza al particolarismo e, vorrei dire, al bieco relativismo, il suo punto debole e degenerato.
Questo turpe particolarismo, che ha perso di vista i fini tipici dello Stato democratico e dell’amministrazione della cosa pubblica, ha consentito la costituzione di blocchi sociali, di clan - non solo mafiosi - che si muovono per modelli di illegalità sistemica. Tale illegalità, ad ampio raggio, ha coinvolto pure le strutture portanti della Repubblica, tanto che si parla di illegalità istituzionale. E non potrebbe meglio definirsi quel sistema, quel modus operandi che attenta di fatto ai principi fondamentali e allo spirito della Costituzione repubblicana, seppure si serve di strumenti solo formalmente legittimi. La sostanza è tutt’altra! A cominciare dai ben noti interessi monopolistici di chi è a capo del governo, a finire allo scivolamento nella monocrazia. Un tale sistema di occupazione e di sviamento delle istituzioni, di spregio dei valori e dei principi costituzionali, veri e propri presidi strutturali della democrazia, richiama la “cultura” mafiosa di disconoscimento dell’ordinamento repubblicano. E questa mi sembra la linea di commistione tra una certa cultura politica e la cultura mafiosa, ove si genera la loro convergenza di interessi.
La candidatura di Rita Borsellino fornisce l’occasione di rimettere in moto tutti i soggetti, anche all’interno dei partiti, che credono profondamente nel rinnovamento della politica, nel quadro della legalità costituzionale.
Per il vero, non si tratta solo di sostituire con un nuovo governo quello che attualmente (mal)governa. Si tratta di rimettere in moto un certo modo diverso di essere della società stessa, della politica, dello stare assieme. Di questo si tratta, in modo precipuo: disegnare ed attivare un modello di civiltà che soppianti la disgregazione civile verso cui ci ha condotto e ci porta ogni tipo di berlusconismo e di cuffarismo. Si tratta di ritessere le trame di una società democratica, dunque plurale e solidale, composta da uomini liberi e coscienti, specialmente dei propri diritti e dei propri doveri.
Un simile compito strategico, una tale missione ad alto contenuto etico e civile, non può essere demandato solo ai partiti, all’attuale associazionismo organizzato; né, d’altronde, sarebbe impegno contro i partiti di tradizione ed ispirazione democratiche. Ma un tale disegno, che dicevo è strategico, deve coinvolgere quanti più cittadini è possibile. Anche perché, il più grave danno che la politica partitane e politicante ha fatto, è quello di avere allontanato il popolo dalla polis, quello di non aver spinto i cittadini ad identificarsi indissolubilmente con istituzioni libere e democratiche, di non aver allargato il consenso verso i modelli civili e politici disegnati dalla lettera e dallo spirito della Costituzione del 1948. In definitiva, non si è radicata massicciamente la Repubblica Democratica (art. 1 Cost.).
Allo stato, non ho modelli da suggerire, ma sento fortissimo la necessità di agire ed organizzarsi per opporre intanto un fronte efficace alla decadenza e per ripartire nella edificazione di una convivenza, di una civiltà a misura della persona umana e del suo stare insieme da cittadini liberi e responsabili, non da sudditi.
Con questo spirito e con questa consapevolezza, mettiamocela tutta per Rita.

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