dalla Catena di S. Libero
dal n. 313 dell'e-zine di Riccardo Orioles
Generazioni. Questa e' la terza generazione del movimento
antimafioso. La prima, a meta' Ottanta, era "il partito di Falcone e
dei ragazzini". La seconda, primi anni Novanta, fu quella che poi
conflui' nella Rete. Questa terza, che andava crescendo - per chi
voleva vederla - da quasi due anni, si aggrega attorno
all'associazionismo "apartitico", in particolare Libera e l'Arci.
Rispetto alle prime due, e' cresciuta meno nel dramma e piu' nel
lavoro quotidiano. Il suo capolavoro non e' una fiaccolata o un
corteo ma la paziente, e vincente, opera per la gestione sociale dei
beni sequestrati ai mafiosi. A poco a poco, con cifre piccole ma via
via sempre piu' consistenti, ha tradotto in realta' visibile la
grande intuizione degli anni Ottanta ("I Siciliani", il Centro
Impastato) secondo cui il sistema mafioso, meccanismo non eversivo
ma di classe e di potere, si batteva essenzialmente con la
mobilitazione sociale. E questo, essenzialmente, e' il filo di tutti
questi vent'anni.
Sia i "vecchi" che il nuovo movimento antimafioso sono cresciuti
essenzialmente fuori dai partiti. All'inizio era ancora fortissimo
(la prima manifestazione per dalla Chiesa parti' dalla Fgci di
Palermo) il peso della tradizione comunista, che pero' non
coincideva esattamente con quella del partito nazionale (Licausi e
Togliatti non erano la stessa cosa); la "politica" e il "partito"
furono assunti dunque nei loro aspetti migliori, abbastanza
marginali rispetto alle tendenze "modernizzatrici" del resto della
sinistra italiana.
La Rete fu un partito, si', ma alle origini non voleva esserlo
affatto: piuttosto una specie di confederazione fra tante di realta'
di base, espressioni spontanee della "societa' civile", con una
forte partecipazione di cattolici (che proprio in quel momento
cambio' il baricentro della politica italiana). Di solito, quando si
parla - fra "vecchi" - della Rete, la nostalgia riguarda quel
momento fondante, e non l'infelice esperienza del vero e proprio
partito, travolto da innocenti (ma pestifere) ambizioni personali e
da un ingenuo desiderio di farsi "riconoscere" a tutti i costi dalla
politica ufficiale. Alla fine, coi leader in lite per le candidature
e i militanti ormai privi di timone, proprio a Palermo il candidato
della destra (un vecchio arnese dell'estremismo fascista, Lo Porto)
batte' pesantemente il candidato della Rete, l'anziano e
rispettatissimo giudice Caponetto. La crisi era morale, e profonda;
e riguardava non tanto i politici quanto il rattrappirsi civile
della popolazione. La Rete tuttavia, e il movimento antimafioso di
cui essa era in gran parte rappresentante, non s'era attrezzata ne'
politicamente ne' culturalmente ad attraversare questo riflusso. E
collasso'.
La fine della Rete (il nuovo Ds non essendo neanche lontanamente
all'altezza dei vecchi "communisti") lascio' campo aperto al tipico
riflusso ciclico della storia siciliana. Fallito Garibaldi (o
Spartaco, o Giuseppe Alessi, o Licausi, o Orlando) l'ordine torna
indiscusso e piu' feroce di prima. Pochi resistono, molti si
chiudono nel privato, e la massa dei "sorci" torna a galla. Tale e'
la folla dei postulanti davanti al palazzo del nuovo vicere',
Cuffaro, che a un certo punto costui e' costretto a dileguarsi
attraverso l'antico sotterraneo costruito, nel palazzo reale, dai
vecchi vicere' spagnoli. Resistono, nelle citta' e nei paesi, gruppi
isolati di militanti. Resistono, apparentemente, piu' per dignita' e
per morale che per realismo. Eppure, anche questo sarebbe stato
giustificato: il movimento antimafioso, cioe' per la redistribuzione
dei poteri in Sicilia, aveva toccato corde tanto profonde, aveva
lanciato - con tutti i suoi limiti - un messaggio talmente radicale,
da rendere assolutamente impossibile cancellarlo del tutto. Alla sua
cancellazione dalla vita pubblica (per opera della destra, ma con la
complicita' di quasi tutta la sinistra ufficiale) corrispondeva anzi
un suo piu' doloroso radicamento nella coscienza individuale.
* * *
La crisi Borsellino, adesso, e' stata rapidissima. La destra andava
verso una svelta e indiscussa vittoria elettorale, con l'unica
incertezza sulla ripartizione dei posti fra destri puri (Cuffaro),
destri frondisti (Lombardo) e centristi da acquisire in corso
d'opera (Bianco), e si adoperava anzi per anticipare il piu'
possibile la data delle elezioni. La sinistra ufficiale, reduce da
sconfitte elettorali una piu' disastrosa dell'altra, proponeva
affannosamente improbabili candidature di notabili, presentatori tv,
industriali dei liquori e chi piu' ne ha piu' ne metta: buio fitto.
Improvvisamente, prima dall'Arci e da Libera e poi ripresa dal
"pool" dei piccoli partiti, spunta la parola d'ordine:
"Borsellino!". E altrettanto improvvisamente torna il sole. I
militanti si mobilitano, la gente ricomincia a parlare di politica,
la destra comincia a sollevare eccezioni sulle regole del gioco.
Quella che sembrava una pacifica elezione di provincia diventa
improvvisamente una scadenza politicca minacciosa e centrale, un
caso Vendola moltiplicato per dieci.
Miracolosamente (o forse no: poiche' nel dna della nostra sinistra
c'e' anche questo sapersi sollevare al di sopra delle proprie
miserie nei momenti cruciali) i leader tradizionali della sinistra,
dapprima impappinati e confusi, stanno al gioco; i vari notabili
fanno atto di sottomissione uno dopo l'altro. In questa fase e'
decisivo il ruolo di Claudio Fava, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, i
capi storici (veramente un po' logori) dell'antimafia dei partiti.
Improvvisamente ritornano i capipolo della loro bella stagione:
appoggiano la Borsellino con tutte le loro forze, lasciando anche
capire che se i partiti non ci staranno potrebbero andare avanti da
soli. Intanto, in tutta l'isola, i comitati pro-Borsellino spuntano
come funghi. Il resto e' storia di ora. Si comincia a parlare - in
pochi: ma se ne parla - di un governo regionale non bilanciato fra
notabili di partito ma esemplarmente composto da tutti i capi
riconosciuti dell'antimafia vecchia e nuova: da Orlando a Fava, da
Tano Grasso alla Siracusa, da Lumia a Umberto Santino, tutti
umilmente e orgogliosamente "comisarios" di un governo che da quel
momento cesserebbe di appartenere a una sola regione per diventare
prefigurazione ed esempio su scala nazionale.
* * *
E adesso? Fino a una settimana fa, bisognava parlare bene degli
antimafiosi - del loro entusiasmo, del loro coraggio, del loro
ostinatissimo rifiorire nelle condizioni piu' avverse - e dei piu'
giovani specialmente, un vero dono di Dio a questa Sicilia dalla
memoria lenta. Adesso pero', adesso che - ecco, ora osiamo scriverlo
- forse si vince, e' il momento di dare uno sguardo severo, di
cercare di individuare il piu' possibile i punti di debolezza,
quelli che ci hanno fatto perdere l'altra volta (qualcuno deve pur
farlo, e tanto di laudatori *adesso* ce n'e' piu' che abbastanza).
Il primo problema riguarda la mancanza di disciplina, di
organizzazione e di coordinamento. I comitati sono sorti
dappertutto, e hanno lavorato benissimo, ognuno nella sua zona. Ma
questo non basta. E' bastato per vincere le primarie, probabilmente
bastera' per vincere le elezioni, ma non bastera' assolutamente per
governare.
Per governare - per governare davvero, per *rivoluzionare* un
assetto sociale che, con aggiornamenti minimi, e' ancora quello del
feudo e dei baroni - ci sono tutte le forze tranne quella, culturale
ed etica, che nei decenni forma il common sense politico e
l'organizzazione. Non bastano i sostituti: non basta - non bastera'
- affidarsi alle strutture (peraltro mediocri) dei partiti
ufficiali, non bastera' neanche ripetere l'errore della Rete e
tentare, in mancanza di meglio, un ennesimo partito tradizionale.
No. L'organizzazione politica nuova, che per vent'anni e' stata in
maturazione e di cui si riscontrano finalmente le condizioni, deve
sorgere qui e ora. Non un altro partito, non contro i partiti, non
al rimorchio dei partiti ma una rete, flessibile e complessa,
egualitaria e competente, di cittadini profondamente pari fra loro,
senza famiglie di notabili, senza palazzi.
________________________________________
Chi e contro chi. "Non sono la candidata dell'antimafia", "Folle la
sfida antimafia contro mafia", "Non bisogna scatenare la vecchia
battaglia antimafia che non risolve niente". Va bene: pero' per me
la Borsellino e' esattamente la candidata dell'antimafia, ne' piu'
ne' meno, e la battaglia e' essenzialmente fra movimento antimafia e
poteri mafiosi. Non e' "politico"? Non sta bene? Ok: ma anche
Solidarnosc, che in teoria si batteva per aumenti salariali e cose
del genere, in realta' era prima di tutto - volerlo o no -
antisovietica. E per buone ragioni: gli aumenti salariali (e la
liberta') non potevano arrivare se prima non se ne andavano i carri
armati sovietici, che purtroppo erano li', qualunquisti, impolitici,
sfuggenti a qualsiasi articolo di Merlo o Stella, ma estremamente
concreti. Cosi', se la mafia non se ne va, tutto il resto e' poesia.
Non illudiamoci di votare a Stoccolma.
Generazioni. Questa e' la terza generazione del movimento
antimafioso. La prima, a meta' Ottanta, era "il partito di Falcone e
dei ragazzini". La seconda, primi anni Novanta, fu quella che poi
conflui' nella Rete. Questa terza, che andava crescendo - per chi
voleva vederla - da quasi due anni, si aggrega attorno
all'associazionismo "apartitico", in particolare Libera e l'Arci.
Rispetto alle prime due, e' cresciuta meno nel dramma e piu' nel
lavoro quotidiano. Il suo capolavoro non e' una fiaccolata o un
corteo ma la paziente, e vincente, opera per la gestione sociale dei
beni sequestrati ai mafiosi. A poco a poco, con cifre piccole ma via
via sempre piu' consistenti, ha tradotto in realta' visibile la
grande intuizione degli anni Ottanta ("I Siciliani", il Centro
Impastato) secondo cui il sistema mafioso, meccanismo non eversivo
ma di classe e di potere, si batteva essenzialmente con la
mobilitazione sociale. E questo, essenzialmente, e' il filo di tutti
questi vent'anni.
Sia i "vecchi" che il nuovo movimento antimafioso sono cresciuti
essenzialmente fuori dai partiti. All'inizio era ancora fortissimo
(la prima manifestazione per dalla Chiesa parti' dalla Fgci di
Palermo) il peso della tradizione comunista, che pero' non
coincideva esattamente con quella del partito nazionale (Licausi e
Togliatti non erano la stessa cosa); la "politica" e il "partito"
furono assunti dunque nei loro aspetti migliori, abbastanza
marginali rispetto alle tendenze "modernizzatrici" del resto della
sinistra italiana.
La Rete fu un partito, si', ma alle origini non voleva esserlo
affatto: piuttosto una specie di confederazione fra tante di realta'
di base, espressioni spontanee della "societa' civile", con una
forte partecipazione di cattolici (che proprio in quel momento
cambio' il baricentro della politica italiana). Di solito, quando si
parla - fra "vecchi" - della Rete, la nostalgia riguarda quel
momento fondante, e non l'infelice esperienza del vero e proprio
partito, travolto da innocenti (ma pestifere) ambizioni personali e
da un ingenuo desiderio di farsi "riconoscere" a tutti i costi dalla
politica ufficiale. Alla fine, coi leader in lite per le candidature
e i militanti ormai privi di timone, proprio a Palermo il candidato
della destra (un vecchio arnese dell'estremismo fascista, Lo Porto)
batte' pesantemente il candidato della Rete, l'anziano e
rispettatissimo giudice Caponetto. La crisi era morale, e profonda;
e riguardava non tanto i politici quanto il rattrappirsi civile
della popolazione. La Rete tuttavia, e il movimento antimafioso di
cui essa era in gran parte rappresentante, non s'era attrezzata ne'
politicamente ne' culturalmente ad attraversare questo riflusso. E
collasso'.
La fine della Rete (il nuovo Ds non essendo neanche lontanamente
all'altezza dei vecchi "communisti") lascio' campo aperto al tipico
riflusso ciclico della storia siciliana. Fallito Garibaldi (o
Spartaco, o Giuseppe Alessi, o Licausi, o Orlando) l'ordine torna
indiscusso e piu' feroce di prima. Pochi resistono, molti si
chiudono nel privato, e la massa dei "sorci" torna a galla. Tale e'
la folla dei postulanti davanti al palazzo del nuovo vicere',
Cuffaro, che a un certo punto costui e' costretto a dileguarsi
attraverso l'antico sotterraneo costruito, nel palazzo reale, dai
vecchi vicere' spagnoli. Resistono, nelle citta' e nei paesi, gruppi
isolati di militanti. Resistono, apparentemente, piu' per dignita' e
per morale che per realismo. Eppure, anche questo sarebbe stato
giustificato: il movimento antimafioso, cioe' per la redistribuzione
dei poteri in Sicilia, aveva toccato corde tanto profonde, aveva
lanciato - con tutti i suoi limiti - un messaggio talmente radicale,
da rendere assolutamente impossibile cancellarlo del tutto. Alla sua
cancellazione dalla vita pubblica (per opera della destra, ma con la
complicita' di quasi tutta la sinistra ufficiale) corrispondeva anzi
un suo piu' doloroso radicamento nella coscienza individuale.
* * *
La crisi Borsellino, adesso, e' stata rapidissima. La destra andava
verso una svelta e indiscussa vittoria elettorale, con l'unica
incertezza sulla ripartizione dei posti fra destri puri (Cuffaro),
destri frondisti (Lombardo) e centristi da acquisire in corso
d'opera (Bianco), e si adoperava anzi per anticipare il piu'
possibile la data delle elezioni. La sinistra ufficiale, reduce da
sconfitte elettorali una piu' disastrosa dell'altra, proponeva
affannosamente improbabili candidature di notabili, presentatori tv,
industriali dei liquori e chi piu' ne ha piu' ne metta: buio fitto.
Improvvisamente, prima dall'Arci e da Libera e poi ripresa dal
"pool" dei piccoli partiti, spunta la parola d'ordine:
"Borsellino!". E altrettanto improvvisamente torna il sole. I
militanti si mobilitano, la gente ricomincia a parlare di politica,
la destra comincia a sollevare eccezioni sulle regole del gioco.
Quella che sembrava una pacifica elezione di provincia diventa
improvvisamente una scadenza politicca minacciosa e centrale, un
caso Vendola moltiplicato per dieci.
Miracolosamente (o forse no: poiche' nel dna della nostra sinistra
c'e' anche questo sapersi sollevare al di sopra delle proprie
miserie nei momenti cruciali) i leader tradizionali della sinistra,
dapprima impappinati e confusi, stanno al gioco; i vari notabili
fanno atto di sottomissione uno dopo l'altro. In questa fase e'
decisivo il ruolo di Claudio Fava, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, i
capi storici (veramente un po' logori) dell'antimafia dei partiti.
Improvvisamente ritornano i capipolo della loro bella stagione:
appoggiano la Borsellino con tutte le loro forze, lasciando anche
capire che se i partiti non ci staranno potrebbero andare avanti da
soli. Intanto, in tutta l'isola, i comitati pro-Borsellino spuntano
come funghi. Il resto e' storia di ora. Si comincia a parlare - in
pochi: ma se ne parla - di un governo regionale non bilanciato fra
notabili di partito ma esemplarmente composto da tutti i capi
riconosciuti dell'antimafia vecchia e nuova: da Orlando a Fava, da
Tano Grasso alla Siracusa, da Lumia a Umberto Santino, tutti
umilmente e orgogliosamente "comisarios" di un governo che da quel
momento cesserebbe di appartenere a una sola regione per diventare
prefigurazione ed esempio su scala nazionale.
* * *
E adesso? Fino a una settimana fa, bisognava parlare bene degli
antimafiosi - del loro entusiasmo, del loro coraggio, del loro
ostinatissimo rifiorire nelle condizioni piu' avverse - e dei piu'
giovani specialmente, un vero dono di Dio a questa Sicilia dalla
memoria lenta. Adesso pero', adesso che - ecco, ora osiamo scriverlo
- forse si vince, e' il momento di dare uno sguardo severo, di
cercare di individuare il piu' possibile i punti di debolezza,
quelli che ci hanno fatto perdere l'altra volta (qualcuno deve pur
farlo, e tanto di laudatori *adesso* ce n'e' piu' che abbastanza).
Il primo problema riguarda la mancanza di disciplina, di
organizzazione e di coordinamento. I comitati sono sorti
dappertutto, e hanno lavorato benissimo, ognuno nella sua zona. Ma
questo non basta. E' bastato per vincere le primarie, probabilmente
bastera' per vincere le elezioni, ma non bastera' assolutamente per
governare.
Per governare - per governare davvero, per *rivoluzionare* un
assetto sociale che, con aggiornamenti minimi, e' ancora quello del
feudo e dei baroni - ci sono tutte le forze tranne quella, culturale
ed etica, che nei decenni forma il common sense politico e
l'organizzazione. Non bastano i sostituti: non basta - non bastera'
- affidarsi alle strutture (peraltro mediocri) dei partiti
ufficiali, non bastera' neanche ripetere l'errore della Rete e
tentare, in mancanza di meglio, un ennesimo partito tradizionale.
No. L'organizzazione politica nuova, che per vent'anni e' stata in
maturazione e di cui si riscontrano finalmente le condizioni, deve
sorgere qui e ora. Non un altro partito, non contro i partiti, non
al rimorchio dei partiti ma una rete, flessibile e complessa,
egualitaria e competente, di cittadini profondamente pari fra loro,
senza famiglie di notabili, senza palazzi.
________________________________________
Chi e contro chi. "Non sono la candidata dell'antimafia", "Folle la
sfida antimafia contro mafia", "Non bisogna scatenare la vecchia
battaglia antimafia che non risolve niente". Va bene: pero' per me
la Borsellino e' esattamente la candidata dell'antimafia, ne' piu'
ne' meno, e la battaglia e' essenzialmente fra movimento antimafia e
poteri mafiosi. Non e' "politico"? Non sta bene? Ok: ma anche
Solidarnosc, che in teoria si batteva per aumenti salariali e cose
del genere, in realta' era prima di tutto - volerlo o no -
antisovietica. E per buone ragioni: gli aumenti salariali (e la
liberta') non potevano arrivare se prima non se ne andavano i carri
armati sovietici, che purtroppo erano li', qualunquisti, impolitici,
sfuggenti a qualsiasi articolo di Merlo o Stella, ma estremamente
concreti. Cosi', se la mafia non se ne va, tutto il resto e' poesia.
Non illudiamoci di votare a Stoccolma.
