13.12.05

dalla Catena di S. Libero

dal n. 313 dell'e-zine di Riccardo Orioles

Generazioni. Questa e' la terza generazione del movimento
antimafioso. La prima, a meta' Ottanta, era "il partito di Falcone e
dei ragazzini". La seconda, primi anni Novanta, fu quella che poi
conflui' nella Rete. Questa terza, che andava crescendo - per chi
voleva vederla - da quasi due anni, si aggrega attorno
all'associazionismo "apartitico", in particolare Libera e l'Arci.
Rispetto alle prime due, e' cresciuta meno nel dramma e piu' nel
lavoro quotidiano. Il suo capolavoro non e' una fiaccolata o un
corteo ma la paziente, e vincente, opera per la gestione sociale dei
beni sequestrati ai mafiosi. A poco a poco, con cifre piccole ma via
via sempre piu' consistenti, ha tradotto in realta' visibile la
grande intuizione degli anni Ottanta ("I Siciliani", il Centro
Impastato) secondo cui il sistema mafioso, meccanismo non eversivo
ma di classe e di potere, si batteva essenzialmente con la
mobilitazione sociale. E questo, essenzialmente, e' il filo di tutti
questi vent'anni.

Sia i "vecchi" che il nuovo movimento antimafioso sono cresciuti
essenzialmente fuori dai partiti. All'inizio era ancora fortissimo
(la prima manifestazione per dalla Chiesa parti' dalla Fgci di
Palermo) il peso della tradizione comunista, che pero' non
coincideva esattamente con quella del partito nazionale (Licausi e
Togliatti non erano la stessa cosa); la "politica" e il "partito"
furono assunti dunque nei loro aspetti migliori, abbastanza
marginali rispetto alle tendenze "modernizzatrici" del resto della
sinistra italiana.

La Rete fu un partito, si', ma alle origini non voleva esserlo
affatto: piuttosto una specie di confederazione fra tante di realta'
di base, espressioni spontanee della "societa' civile", con una
forte partecipazione di cattolici (che proprio in quel momento
cambio' il baricentro della politica italiana). Di solito, quando si
parla - fra "vecchi" - della Rete, la nostalgia riguarda quel
momento fondante, e non l'infelice esperienza del vero e proprio
partito, travolto da innocenti (ma pestifere) ambizioni personali e
da un ingenuo desiderio di farsi "riconoscere" a tutti i costi dalla
politica ufficiale. Alla fine, coi leader in lite per le candidature
e i militanti ormai privi di timone, proprio a Palermo il candidato
della destra (un vecchio arnese dell'estremismo fascista, Lo Porto)
batte' pesantemente il candidato della Rete, l'anziano e
rispettatissimo giudice Caponetto. La crisi era morale, e profonda;
e riguardava non tanto i politici quanto il rattrappirsi civile
della popolazione. La Rete tuttavia, e il movimento antimafioso di
cui essa era in gran parte rappresentante, non s'era attrezzata ne'
politicamente ne' culturalmente ad attraversare questo riflusso. E
collasso'.

La fine della Rete (il nuovo Ds non essendo neanche lontanamente
all'altezza dei vecchi "communisti") lascio' campo aperto al tipico
riflusso ciclico della storia siciliana. Fallito Garibaldi (o
Spartaco, o Giuseppe Alessi, o Licausi, o Orlando) l'ordine torna
indiscusso e piu' feroce di prima. Pochi resistono, molti si
chiudono nel privato, e la massa dei "sorci" torna a galla. Tale e'
la folla dei postulanti davanti al palazzo del nuovo vicere',
Cuffaro, che a un certo punto costui e' costretto a dileguarsi
attraverso l'antico sotterraneo costruito, nel palazzo reale, dai
vecchi vicere' spagnoli. Resistono, nelle citta' e nei paesi, gruppi
isolati di militanti. Resistono, apparentemente, piu' per dignita' e
per morale che per realismo. Eppure, anche questo sarebbe stato
giustificato: il movimento antimafioso, cioe' per la redistribuzione
dei poteri in Sicilia, aveva toccato corde tanto profonde, aveva
lanciato - con tutti i suoi limiti - un messaggio talmente radicale,
da rendere assolutamente impossibile cancellarlo del tutto. Alla sua
cancellazione dalla vita pubblica (per opera della destra, ma con la
complicita' di quasi tutta la sinistra ufficiale) corrispondeva anzi
un suo piu' doloroso radicamento nella coscienza individuale.

* * *

La crisi Borsellino, adesso, e' stata rapidissima. La destra andava
verso una svelta e indiscussa vittoria elettorale, con l'unica
incertezza sulla ripartizione dei posti fra destri puri (Cuffaro),
destri frondisti (Lombardo) e centristi da acquisire in corso
d'opera (Bianco), e si adoperava anzi per anticipare il piu'
possibile la data delle elezioni. La sinistra ufficiale, reduce da
sconfitte elettorali una piu' disastrosa dell'altra, proponeva
affannosamente improbabili candidature di notabili, presentatori tv,
industriali dei liquori e chi piu' ne ha piu' ne metta: buio fitto.
Improvvisamente, prima dall'Arci e da Libera e poi ripresa dal
"pool" dei piccoli partiti, spunta la parola d'ordine:
"Borsellino!". E altrettanto improvvisamente torna il sole. I
militanti si mobilitano, la gente ricomincia a parlare di politica,
la destra comincia a sollevare eccezioni sulle regole del gioco.
Quella che sembrava una pacifica elezione di provincia diventa
improvvisamente una scadenza politicca minacciosa e centrale, un
caso Vendola moltiplicato per dieci.

Miracolosamente (o forse no: poiche' nel dna della nostra sinistra
c'e' anche questo sapersi sollevare al di sopra delle proprie
miserie nei momenti cruciali) i leader tradizionali della sinistra,
dapprima impappinati e confusi, stanno al gioco; i vari notabili
fanno atto di sottomissione uno dopo l'altro. In questa fase e'
decisivo il ruolo di Claudio Fava, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, i
capi storici (veramente un po' logori) dell'antimafia dei partiti.
Improvvisamente ritornano i capipolo della loro bella stagione:
appoggiano la Borsellino con tutte le loro forze, lasciando anche
capire che se i partiti non ci staranno potrebbero andare avanti da
soli. Intanto, in tutta l'isola, i comitati pro-Borsellino spuntano
come funghi. Il resto e' storia di ora. Si comincia a parlare - in
pochi: ma se ne parla - di un governo regionale non bilanciato fra
notabili di partito ma esemplarmente composto da tutti i capi
riconosciuti dell'antimafia vecchia e nuova: da Orlando a Fava, da
Tano Grasso alla Siracusa, da Lumia a Umberto Santino, tutti
umilmente e orgogliosamente "comisarios" di un governo che da quel
momento cesserebbe di appartenere a una sola regione per diventare
prefigurazione ed esempio su scala nazionale.

* * *

E adesso? Fino a una settimana fa, bisognava parlare bene degli
antimafiosi - del loro entusiasmo, del loro coraggio, del loro
ostinatissimo rifiorire nelle condizioni piu' avverse - e dei piu'
giovani specialmente, un vero dono di Dio a questa Sicilia dalla
memoria lenta. Adesso pero', adesso che - ecco, ora osiamo scriverlo
- forse si vince, e' il momento di dare uno sguardo severo, di
cercare di individuare il piu' possibile i punti di debolezza,
quelli che ci hanno fatto perdere l'altra volta (qualcuno deve pur
farlo, e tanto di laudatori *adesso* ce n'e' piu' che abbastanza).
Il primo problema riguarda la mancanza di disciplina, di
organizzazione e di coordinamento. I comitati sono sorti
dappertutto, e hanno lavorato benissimo, ognuno nella sua zona. Ma
questo non basta. E' bastato per vincere le primarie, probabilmente
bastera' per vincere le elezioni, ma non bastera' assolutamente per
governare.

Per governare - per governare davvero, per *rivoluzionare* un
assetto sociale che, con aggiornamenti minimi, e' ancora quello del
feudo e dei baroni - ci sono tutte le forze tranne quella, culturale
ed etica, che nei decenni forma il common sense politico e
l'organizzazione. Non bastano i sostituti: non basta - non bastera'
- affidarsi alle strutture (peraltro mediocri) dei partiti
ufficiali, non bastera' neanche ripetere l'errore della Rete e
tentare, in mancanza di meglio, un ennesimo partito tradizionale.
No. L'organizzazione politica nuova, che per vent'anni e' stata in
maturazione e di cui si riscontrano finalmente le condizioni, deve
sorgere qui e ora. Non un altro partito, non contro i partiti, non
al rimorchio dei partiti ma una rete, flessibile e complessa,
egualitaria e competente, di cittadini profondamente pari fra loro,
senza famiglie di notabili, senza palazzi.

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Chi e contro chi. "Non sono la candidata dell'antimafia", "Folle la
sfida antimafia contro mafia", "Non bisogna scatenare la vecchia
battaglia antimafia che non risolve niente". Va bene: pero' per me
la Borsellino e' esattamente la candidata dell'antimafia, ne' piu'
ne' meno, e la battaglia e' essenzialmente fra movimento antimafia e
poteri mafiosi. Non e' "politico"? Non sta bene? Ok: ma anche
Solidarnosc, che in teoria si batteva per aumenti salariali e cose
del genere, in realta' era prima di tutto - volerlo o no -
antisovietica. E per buone ragioni: gli aumenti salariali (e la
liberta') non potevano arrivare se prima non se ne andavano i carri
armati sovietici, che purtroppo erano li', qualunquisti, impolitici,
sfuggenti a qualsiasi articolo di Merlo o Stella, ma estremamente
concreti. Cosi', se la mafia non se ne va, tutto il resto e' poesia.
Non illudiamoci di votare a Stoccolma.

5.12.05

dalla Catena di S. Libero

Scrive Riccardo Orioles nella sua e-zine del 5 dicembre:

(Adesso sono nella sede di un Comitato Borsellino giu' in Sicilia,
e' sera e la gente sta finendo di votare per le primarie. I
risultati si sapranno fra poche ore, percio' dovrei aspettare un po'
e mandarvi "il pezzo sulle elezioni in Sicilia". Ma forse e' meglio
riprendere un vecchio articolo e rimetterlo qui subito senza
aspettare il resto. Mi sembra che dica tutto quello che ho da dire
anche adesso, comunque vadano le cose qui in Sicilia nelle prossime
ore e nel resto d'Italia nei prossimi mesi).

* * *

IL PARTITO DI FALCONE E DEI RAGAZZINI
(Avvenimenti, gennaio 1992)

"Il partito di Falcone e dei ragazzini" non aveva un comitato
centrale o uno stemma, ma in realta' era l'unico partito esistente
in Sicilia, oltre alla mafia. Il rumore di fondo, in quegli anni,
era costituito dall dichiarazioni dei sindaci che escludevano
l'esistenza della mafia nella loro citta', dai giornali ad
azionariato mafioso che invocavano silenzio, dalla brava gente che
lavorava chiassosamente all'autodistruzione della sinistra, e dai
colpi di pistola. Furono i ragazzini di Palermo a scendere in campo
per primi. Il liceo Meli, l'Einstein, il Galilei, poi via via tutti
gli altri. Si passava sotto il Palazzo di Giustizia e il corteo,che
fino a quel momento aveva gridato a voce altissima i Nomi, faceva
improvvisamente silenzio. La' dentro lavoravano i nostri magistrati.
Falcone, Borsellino, Di Lello, Ayala, Agata Consoli, Conte: meta'
del Partito erano loro. L'altra meta', i liceali. A Catania, fra il
1984 e il 1986, furono almeno trecento i ragazzi che in una maniera
o nell'altra parteciparono, da militanti, alle iniziative dei
Siciliani Giovani: furono i primi a gridare in piazza i nomi dei
Cavalieri e a lavorare quotidianamente - il volantino,il centro
sociale, l'assemblea - per strappargli dagli artigli la citta'. A
Gela, a Niscemi, a Castellammare del Golfo, nei paesini dove i
padroni hanno la dittatura militare, essi vennero fuori e lottarono,
paese per paese e citta' per citta'. "La Sicilia non e' mafiosa -
affermavano orgogliosamente - La Sicilia e' militarmente occupata
dalla mafia". La Sicilia, dove ancora nel 1969 un ragazzo fu fatto
uccidere dal padre - boss mafioso - perche' era iscritto alla Fgci.
La Sicilia che ha combattuto, che non s'e' arresa mai.

Ha combattuto, ed ha fatto politica, ha ragionato. La politica come
partecipazione, come trasversalita', come sociata' civile nasce
nelle lotte palermitane e catanesi di quegli anni: oggi e' common
sense dappertutto. La fine del vecchio ceto politico, di tutta la
vecchia storia, fu intuita per la prima volta qui. Non e' un caso se
il movimento studentesco, due anni fa, e' ripartito da Palermo, e se
la' dura tuttora. Non e' un caso se Palermo e' l'unica citta'
d'Italia dove sia cresciuta un'opposizione di massa, dove
l'opposizione sia vincente. Non e' un caso se a Catania il piu'
totale black-out di tv e stampa non riesca - due volte in due anni -
a fermare i candidati dell'opposizione. Non e' un caso se a Capo
d'Orlando i commercianti si ribellano, non e' un caso se a Gela gli
studenti restano organizzati; e non e' un caso se a Palermo la gente
non reagisce invocando la pena di morte ma individuando lucidamente
le responsabilita' dei politici di governo e prendendosela con loro.
Dal 1983 - e sono ormai nove anni - in Sicilia e' in atto, con alti
e bassi ma con una sostanziale continuita'; non ancora maggioritario
ma gia' ben lontano dal minoritarismo. - un vero e proprio movimento
di liberazione. Contro la mafia, ma anche contro tutto cio' che essa
porta con se'.

Questo movimento avrebbe potuto essere esattamente l'anello che
mancava alla sinistra italiana, il punto di partenza per ricostruire
tutto. Invece, e' rimasto solo. Solo a livello di palazzi, di
comitati centrali, di radical-chic, di giornali: non a livello di
ragazzini. Domani, ad esempio - ma non e' una novita', perche'
avviene regolarmente ogni settimana - c'e' assemblea dei liceali
dell'Antimafia a Roma. Sono i soli, in Italia, a non avere paura
dello sfascio. Perche' sanno che c'e' una classe dirigente pronta a
prendere la responsabilita' del Paese anche domattina, se fosse
necessario - e non e' detto che non lo sia. Orlando, Claudio Fava,
Carmine Mancuso, Dalla Chiesa? Si': ma anche - e soprattutto -
Davide Camarrone del liceo Meli, Antonio Cimino di Corso Calatafimi,
Fabio Passiglia, Nuccio Fazio, Vito Mercadante, Angela Lo Canto,
Carmelo Ferrarotto di Siciliani Giovani, Nando Calaciura, Tano
Abela, il professor D'Urso: avete mai letto questi nomi sui
giornali? Benissimo. Infatti, neanche i nomi dei primi socialisti
uscivano sui giornali, cent'anni fa.

Una meta' del "partito" oggi non c'e' piu'. Martelli, il giudice
Carnevale, Pannella e Cossiga sono riusciti, ognuno con i suoi
mezzi, a svuotare il Palazzo dai nostri magistrati e lo stesso
Falcone, ben prima d'essere ucciso, era gia' stato messo in
condizione di non essere piu' quello di prima. Dei "vecchi", solo
Borsellino e Conte sono rimasti al loro posto. Ma nel frattempo sono
cresciuti i Felice Lima, i Di Pietro, i Casson.